Prendo questi cinque minuti per verbalizzare un concetto calpestato e sottovalutato. Lo faccio dopo aver fatto una doccia fredda. Le giornate sono calde e lunghe. L’attualità non dà tregua. Chi non dovrebbe parlare lo fa a sproposito con indulgenza quando le voci di chi dovrebbe essere ascoltato restano in una camera oscura. Sarà un post atipico ma necessario.

Prendo in prestito ora le parole dello scrittore Sandro Veronesi. Le sta recitando proprio in questo momento per la rassegna culturale “Milanesiana”. Lette oggi sul Corriere mentre tornavo a casa, le riporto qui.
Io spero
che sugli stradoni assolati
con i pini piantati da poco
tenuti in piedi dai tutori
e già aggrediti dal parassita,
spero che la gente si accorga,
cominciando proprio da lì,
da quegli stradoni,
e dai piazzali
con il capolinea dell’autobus,
assolati anch’essi,
e dai parcheggi scambiatori, già,
i parcheggi scambiatori,
assolati e desolati,
deserti,
perché la gente in Italia non fa mai
quello che dice l’urbanista,
e dunque i parcheggi scambiatori non funzionano
(ma come? In Danimarca sì,
in Olanda, in Francia, in Estonia sì,
e in Italia no?),
io spero
che la gente si accorga
a cominciare proprio da questi non-luoghi,
stradoni, piazzali, parcheggi scambiatori,
intitolati tra l’altro, tutti, sempre,
ai grandissimi del Novecento,
Marie Curie, Luigi Einaudi, Pasolini,
dato che le strade belle, nei bei quartieri
sono già tutte prese, intitolate
alle mezze cartucce dell’Ottocento,
filologi, cardinali, scrittori minori,
soprattutto se patrioti,
(ma come? Mezza cartuccia Barrili? Durini? Il Generale Diaz? Cesare Abba?
Mezza cartuccia Salvini?
Tommaso, attenzione:
mezza cartuccia Tommaso Salvini?
Attore, garibaldino, patriota,
amico di Saffi, Dall’Ongaro, Modena,
apprezzato da Stanislavskij?
Mezza cartuccia lui?
Sì.
Mi dispiace tanto
ma in confronto a Pasolini
Tommaso Salvini è una mezza cartuccia,
e andate a vedere dove sta via Pasolini,
nelle città d’Italia,
via Pier Paolo Pasolini,
a Milano, uno stradone a zigzag
tra le sterpaglie di Pero,
vicino al Cimitero Maggiore,
a Roma uno stradone con tornanti
e piazzale per i cassonetti
tra i campi riarsi e i palazzi fatti male
oltre Sant’Onofrio, in culo alla Trionfale,
a Napoli una strada a L senza sfondo,
attufata nel quartiere Pianura,
oltre Soccavo, Agnano, Fuorigrotta,
molto lontano dal mare,
a Bari uno stradone ad anello
perso tra svincoli e cavalcavia,
assediato dai rovi, nel rombo del vicino aeroporto,
a Torino neanche c’è — c’è a Chieri —
a Firenze neanche c’è — c’è a Campi Bisenzio —
a Bologna, attenzione, dove è nato,
neanche c’è,
c’è, sì, una Piazzetta Pier Paolo Pasolini
nel complesso del Dams e della Cineteca,
uno spazio pubblico protetto, certo,
dove fanno aggregazione, cinema all’aperto,
ma io parlo proprio di toponomastica comunale,
di fabbricati, residenze, numeri civici,
e a Bologna, sì, la rossa Bologna,
dove la gente abita in via Salvini, via
Modena, via Saffi,
nessuno vive in via Pier Paolo Pasolini
anche se in confronto a lui
sono tutte mezze cartucce),
io spero, dicevo,
che la gente si accorga
mentre cammina per quegli stradoni
con i pini appena piantati,
tenuti in piedi dai tutori,
e già aggrediti dal parassita,
cioè la cocciniglia del pinus pinaster,
il Matsucoccus Feytaudi,
insetto succhiatore di linfa vegetale,
originario del Marocco e migrato fino a noi,
attraverso il Portogallo, la Spagna e la Francia,
– lui sì, ma il suo antagonista no,
l’antagonista è rimasto in Marocco,
ragion per cui può agire incontrastato
e lo fa, scorrettamente,
poiché dovrebbe colpire solo le piante vetuste,
stressate, e invece le attacca tutte,
anche quelle giovani,
anche quelle appena nate,
e i nostri pini muoiono
e le nostre pinete scompaiono,
e le nostre coste cambiano aspetto,
per colpa dell’insetto migrante,
e però l’immigrazione che contrastiamo
coprendoci di disonore,
non è quella degli insetti
è quella di uomini e donne,
che deridiamo, umiliamo, insultiamo,
incolpiamo, multiamo, sfruttiamo,
respingiamo, lasciamo affogare,
e Dio ci aiuti, davvero
e abbia pietà di noi,
il giorno in cui s’incazzeranno,
per ora siamo noi che odiamo loro
ma arriverà il giorno, dai e dai,
in cui saranno loro a odiare noi —
io spero, dicevo,
che nei luoghi suddetti,
desolati, marginali,
stradoni, parcheggi, piazzali
dove l’unica grazia è un ragazzo
— guardalo —
che fa evoluzioni con lo skateboard,
io spero che lì, innanzitutto,
e poi via via dappertutto,
ma cominciando da lì,
io spero che la gente si accorga,
vagando per quel nulla,
vivendo in quell’oblio
intitolato prevalentemente a Pasolini,
e agli altri grandi del secolo scorso
detto secolo breve
— prima la catastrofe, poi l’oro, poi la frana —,
la gente anonima,
che una volta era innocente, e poteva lamentarsi
ma ora non lo è più, e non può più,
che si sente sempre vittima di qualcosa
— e lo è, questo è vero, questo nessuno lo nega —
e tuttavia, ormai, dopo il secolo breve,
è anche colpevole, è entrambe le cose
vittima e colpevole,
come tutti,
come me,
e soffre perché non può dire «negro»,
«paralitico»,«mongoloide»,
«subnormale»,
e soffre perché qualcuno prega un altro Dio,
e soffre perché un uomo sposa un uomo
e una donna una donna,
e soffre perché qualcuno viene da lontano
per restare,
soffre e ha paura di non esistere più,
e la sua paura viene nutrita, rimpinzata,
ingigantita,
disinformata, strumentalizzata, sfruttata,
e allora odia i negri,
i paralitici, i mongoloidi, i subnormali,
i musulmani, gli zingari, i froci,
le lesbiche, i transessuali, gli intellettuali,
e soprattutto odia quelli che vengono
da lontano,
furiosamente, odia loro e chi li accoglie,
ecco, io spero,
e lo spero davvero con tutto me stesso,
che si accorga, questa gente,
di avere torto,
e spero che l’asfalto di quegli stradoni lo assorba,
quel torto,
come assorbe uno sputo,
e che quella gente si salvi, e cominci, salva,
a salvare il mondo,
partendo da questi non-luoghi,
e poi via via in tutti gli altri,
salvarsi tutti, tutti insieme,
salvare tutti,
in terra e in mare, dappertutto,
risolvendo tutto,
salvare e saltare,
fino a far vibrare la terra
fino a curvare il tempo,
saltare cent’anni,
come dice la canzone,
— ma tutti, però, tutti insieme, e in avanti,
senza che resti indietro nessuno —
saltare cent’anni, dicevo, io spero,
in un giorno solo.